giovedì 18 dicembre 2014

ERC, sì a Finanziaria per 'road map' indipendenza

Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) ha presentato emendamenti parziali alla Finanziaria 2015 elaborata dall'esecutivo di Convergència i Unió (CiU) di Artur Mas, ma non un emendamento alla totalità, come quelli presentati da tutti i gruppi dell'opposizione, per non compromettere i negoziati sulla 'road map' indipendentista. 

Il deputato catalano Pere Aragonès ha dichiarato che "non è un assegno in bianco" quello dato all'esecutivo, che comunque consentirà al documento contabile di iniziare l'iter parlamentare.

Il diputato non ha risparmiato le critiche alla Finanziaria:"non ha nulla a che vedere con il programma annunciato da Artur Mas e non contiene un impegno deciso per le strutture di Stato (...) non si tratta dei bilanci di previsione di uno stato in costruzione, ma di quelli di un'autonomia in agonia". 

Intervista di Help Catalonia a Pere Aragonès: Spagnolo è Catalano

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giovedì 4 dicembre 2014

Indipendenza della Catalogna: gli scenari di Fitch

L'agenzia di rating si sofferma sulla situazione della regione spagnola e dipinge i possibili sviluppi: un fatto che testimonia quanto possa essere vicina e reale l'autonomia.

L'agenzia di rating Fitch ha pubblicato un rapporto in cui chiede un negoziato fra la Catalogna e la Spagna per migliorare il finanziamento dell'economia. Nel rapporto, ripreso dal quotidiano catalano Avui, vengono analizzati tre scenari all'indomani della consultazione politica sull'indipendenza: il primo è il miglioramento fiscale, poi la piena indipendenza, e da ultimo il carreró sense sortida (vicolo cieco) in cui si trova l'economia catalana adesso. Secondo Fitch, il primo scenario è quello che riserva più benefici per la Catalogna e la Spagna. (Avvertenza importante: Fitch può pensarla come vuole, ciò che conta è come la pensa il popolo catalano, e l'indipendenza non è una questione principalmente economica.) In ogni modo, l'agenzia giudica che l'indipendenza potrebbe avere conseguenze negative per entrambe le economie - sopra tutto nel caso di una "rottura disordinata" (che nessuno si augura) - mentre l'ultimo caso, l'attuale arresto di qualunque processo, mette in pericolo gli investimenti d'impresa. La valutazione di Fitch è che nello stallo di adesso il governo autonomo catalano utilizzerà i risultati del processo per approfondire l'agenda della riforma con un referendum formale. Ma l'approccio "feroce" del governo di Madrid, secondo Fitch, rende imprevedibile il processo e i suoi risultati.
Lo scenario più probabile, per Fitch, è che i due governi negozino una nuova sistemazione fiscale per la Catalogna, come è successo nei Paesi Baschi e in Navarra. L'impatto di questa rinegoziazione sul debito sovrano della Spagna sarà "moderatamente positivo" perché si sarà alleggerito un focolaio di rischio politico a medio termine «en el benentès que sigui quin sigui l'acord no comprometi l'estratègia fiscal del govern espanyol», scrive Avui, cioè «purché, qualunque cosa succeda, l'accordo non comprometta la strategia fiscale del governo spagnolo». Fitch si attende anche un incremento degli introiti fiscali a disposizione della Catalogna, perché diminuirebbe il contributo netto della regione al governo spagnolo. Questo dovrebbe avere un effetto positivo sul credito o come minimo stabilizzare il rating della Catalogna. Con maggiori soldi a disposizione, la Catalogna potrebbe attenuare il ritardo nei servizi pubblici essenziali di cui soffre oggi.
Lo scenario, che Fitch giudica «meno probabile», di una Catalogna del tutto indipendente, avrebbe «molto probabilmente» conseguenze negative per il rating del debito sovrano spagnolo. Perfino una separazione ordinata potrebbe creare rischi per l'economia, e ancor più una che fosse invece disordinata. Se per esempio la Catalogna conquistasse l'indipendenza «al prezzo di abbandonare l'Unione Europea e l'Eurozona», i rischi per la Catalogna e la Spagna potrebbero essere esacerbati. L'ultimo scenario, la continuazione del carreró sense sortida, è quello più terribile. La tensione prolungata potrebbe provocare perdite in alcuni depositi a breve termine, che colpirebbero in modo particolare le banche catalane, e ciò potrebbe tradursi in un aumento del costo dei finanziamenti che porterebbe le imprese a «reduir les inversions a la regió» (ridurre gli investimenti nella regione) come misura cautelare. Non c'è un commento ulteriore da parte di Avui, ma il fatto che un'agenzia di rating si sia soffermata sulla situazione catalana mostra quanto appaia ormai vicina l'indipendenza del Paese. 

Paolo Brera

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domenica 16 novembre 2014

Nascondere un deficit colossale

Il Ministro delle Finanze Montoro aveva già detto che avrebbe fatto le bilance fiscali per dimostrare che il deficit fiscale catalano non esisteva.

Finalmente, il ministro Montoro ed il suo impiegato Angel de la Fuente, ex-ricercatore del Consiglio Superiore di Ricerche Scientifiche (CSIC) e dell’Università Autonoma di Barcellona, hanno pubblicato i loro “conti territorializzati”.

Dopo un prima lettura, questi sono i miei commenti:

Primo. E’ vergognoso che il ministro nasconda i dati che dovrebbero essere di proprietà pubblica e che non vengano pubblicati affinchè gli economisti possano fare i calcoli che più aggradano, inclusi alcuni metodi scientifici utilizzati da anni. Nascondere i dati e pubblicare soltanto dei “conti territorializzati” cucinati da economisti affini è una vergogna intellettuale. Nei paesi democratici i dati sono dei cittadini e non certo del ministro o del re e gli ex-accademici rispettati non dovrebbero partecipare a questo occultamento.

Secondo. Ho già detto altre mille volte che non esistono bilance fiscali buone o bilance fiscali cattive. Ognuna è la risposta corretta a una domanda concreta.

Terzo. Una volta visto quello che hanno fatto il De la Fuente e colleghi, la domanda alla quale rispondono i loro conti è: “Se la Catalogna fosse indipendente, quanti soldi netti avrebbe la Generalitat una volta tenuto conto delle nuove spese che avrebbe dovuto pagare e che finora pagava il governo centrale?” Risposta: 8.455 milioni di euro. Niente male! E’ confortante sapere che in una Catalogna indipendente, la Generalitat non sarebbe più strozzata e non soffrirebbe più per pagare la sanità e l’educazione. Grazie, ex-professore De la Fuente per l’informazione.

Quarto. Siccome sappiamo che De la Fuente ed i suoi aiutanti hanno fatto l’impossibile per rendere questo dato del deficit il più basso possibile (Montoro aveva confessato che l’obiettivo di questi conti era politico: cioè non voleva dare munizioni al sovranismo catalano!), sappiamo che l’avanzo della Generalitat indipendente sarebbe certamente molto superiorie a questi 8.455 milioni.

Quinto. Con l’indipendenza, i soldi addizionali che avrà la Generalitat non sono i soldi che avrà la Catalogna. Il motivo è che ci saranno molte più spese che saranno a carico della Generalitat e che prima pagava il governo di Madrid, spese che prima si facevano in Spagna e che a breve si faranno in Catalogna. La risposta alla domanda “quanti soldi addizionali avrà la Catalogna come paese in caso di indipendenza?” la risposta è “il saldo della bilancia fiscale calcolata con il metodo del flusso monetario”.

Siccome De la Fuente non ha fatto questi calcoli (e qui è dove quel economista onesto e rispettabile che era Angel perde la sua rispettabilità, perchè un accademico come lui non dovrebbe partecipare a dei programmi di occultamento di dati), possiamo utilizzare i dati della Generalitat: se la Catalogna fosse indipendente, il suo PIL aumenterebbe di 16 miliardi di euro perchè tutte le tasse che (facendo parte della Spagna) vanno via dalla Catalogna resterebbero nel paese.

Sesto. I calcoli di De la Fuente e dei suoi colleghi suppongono che le spese pubbliche non territorializzate e che si fanno a Madrid, portano beneficio a tutti i cittadini allo stesso modo. Porta vantaggi ai catalani il Museu del Prado? tanto quanto ai madrileni (che abitano vicino al museo e lo possono visitare più frequentemente)? e lo stipendio del re? porta beneficio allo stesso modo a un monarchico o a un repubblicano? e lo stipendio del ministro Wert? è un vantaggio per gli spagnoli che vogliono la scolarizzazione in castigliano nella Catalogna o per i catalani che vogliono la scolarizzazione in catalano?

La verità è che è impossibile sapere a chi porta vantaggio ogni euro speso dallo Stato. E, siccome è difficile, De la Fuente suppone ardita e arbitrariamente che tutta la spesa pubblica apporta un beneficio per tutti i cittadini allo stesso modo. E’ chiaro che questa premessa è gratuita, visto che lo stipendio del re non potrà mai beneficiare allo stesso modo un monarchico o un repubblicano e lo stipendio di un ministro che attacca la lingua catalana non avvantaggia allo stesso modo i catalani rispetto ai non catalani.

Ma, se facciamo come De la Fuente e supponiamo che la spesa pubblica beneficia i cittadini allo stesso modo, allora il 16% di tutta la spesa che si fa in Spagna si fa a favore dei catalani in quanto la Catalogna ha il 16% della popolazione spagnola. Che sia chiaro, è una tesi arbitraria malgrado che De la Fuente abbia voluto darle una natura scientifica imparziale che non ha. Sarebbe anche scientifico dire che le spese che non portano vantaggio ai catalani (come lo stipendio di Montoro o di Wert) non dovrebbero essere imputate alla Catalogna.

Settimo. I conti di Madrid sono una barzelletta. Dire, come ha fatto il presidente di quella comunità, che Madrid ne esce “doppiamente dannegiato” rispetto alla Catalogna dal sistema fiscale spagnolo è una farsa. Come ho già detto, i calcoli di De la Fuente assegnano la maggior parte delle spese che si fanno a Madrid alle altre comunità. Non importa se queste spese si fanno a Madrid, generano affari a Madrid e hanno un impatto macroeconomico a Madrid. La realtà è che, secondo De la Fuente, l’85% di queste spese si fanno “per i no residenti a Madrid” e, pertanto, non si assegnano a Madrid malgrado si facciano a Madrid. E, ovviamente, se i madrileni pagano le tasse che devono pagare e l’85% delle spese che si fanno a Madrid sono assegnate alle altre comunità, risulta che Madrid paga molto e riceve poco. Risultato? Un deficit della bilancia fiscale gigantesco, che porta a molti madrileni a dire che i più danneggiati sono loro! Una grande menzogna.

Sarebbe come se un grupo di 17 amici organizzassero una festa nel tuo ristorante. Prendi i soldi di tutti in proporzione alla nostra rendita e, siccome tu sei il proprietario del ristorante, sei il più ricco e sei quello che paga di più. L’amico catalano è il secondo più ricco e, pertanto, il secondo che paga di più. E così successivamente. Se soltanto guardiamo quello che ognuno paga senza tenere conto dell’afffare che si fa con la festa, ne uscirà che tu, il proprietario del ristorante hai pagato più di tutti. E questo è contabilmente certo. Ma quello che non puoi dire è che sei il più generoso e solidale perchè, oltre a pagare la tua quota, stai facendo degli affari stratosferici con la festa. Se tenessimo conto che questi affari si fanno nel tuo ristorante (e questo è il metodo del flusso monetario che De la Fuente e Montoro occultano), risulta che non sei più tanto generoso. E dunque, al deficit di Madrid succede esattamente questo: De la Fuente dice che l’85% dello stipendio di Wert deve essere assegnato a tutti gli spagnoli equitativamente anche se, in realtà, si spende a Madrid e avantaggia i suoi ristoranti e negozi.

Collocare il deficit di Madrid come se fosse paragonabile agli altri appare fatto solo per poter dire che il deficit catalano non è così grande come dicono. Di fatto, questa è stata la reazione della stampa affine. Ma, tra le comunità che non fanno affari con la festa della capitalità, i dati di De la Fuente confermano che la Catalogna è la più danneggiata della Spagna, con un deficit quattro volte più grande della seconda, il paese Valenziano, e quasi sei volte più grande della terza, le isole Baleari.

Riassumendo: dal punto di vista fiscale ed economico, la Spagna è sempre un cattivo affare per la Catalogna e questa realtà non cambia con la pubblicazione della bilancia fiscale di Montoro e di De la Fuente.

L’unica cosa che cambia con questa pubblicazione è che adesso possiamo prendere atto ufficialmente della disonestà intellettuale di chi si arrabatta per nascondere un deficit colossale.





Xavier Sala i Martin
Docente di Economia - Univ. della Colúmbia – USA

 

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sabato 11 ottobre 2014

Il Ministro delle Finanze spagnolo, Montoro dichiara: “La Spagna non può essere reinventata per calmare le ansie separatiste”





Il ministro delle Finanze e le Amministrazioni Pubbliche, Cristóbal Montoro, ha rifiutato l’idea di imbarcarsi in una "reinvenzione" dello Stato per placare le ansie indipendentiste catalane e ha scartato di dover dotare la Catalogna di una cornice fiscale propria. In una intervista al quotidiano “Wall Street Journal” il ministro ha considerato che un regime fiscale proprio non aiuterebbe necessariamente l’economia catalana e potrebbe intralciare il timido recupero economico della Spagna.

Secondo Montoro, le dispute tra la Spagna e la Catalogna non hanno prodotto alcuna inquietudine tra gl’investitori internazionali "perchè il mercato capisce che la situazione si sistemerà". La soluzione, però, non passa per un accordo tra le due parti, ma per il fatto che "i politici e la società catalana" devono capire che la separazione "non interessa a nessuno". "Bisogna arrivare ad un compromesso come succede nella vita di coppia. Guarda, tu fai la tua vita, ma non ti conviene separarti. Non andiamo d’amore e d’accordo, sono secoli che tiriamo avanti così, ma ci vogliamo abbastanza bene perchè ci conviene restare insieme", ha detto.

Sebbene alcuni gruppi di pressione considerino che un accordo che permetta che la Catalogna riscuota le proprie tasse, potrebbe essere sufficiente per convincere il presidente Artur Mas a cancellare la consultazione, Montoro ha detto che il sistema fiscale spagnolo "è già abbastanza complesso". Il ministro non ha voluto dare stime precise sull’impatto di un possibile accordo fiscale con la Catalogna, che ridurrebbe le risorse disponibili per il governo spagnolo.

Montoro ha detto che i calcoli economici che si fanno dalla Catalogna non tengono conto di tutti i servizi che il paese riceve dal governo centrale e ha aggiunto che la separazione è contraria al processo di integrazione dentro dell’Unione Europea.

"Il problema è del partito che governa la Catalogna perchè la sua intenzione sovranista sta perdendo supporto in favore di altri partiti politici che sono sovranisti ma anche di sinistra (...). Invece di dire alla gente quello che bisogna fare per uscire dalla crisi, si dedica a impostare un approccio sovranista, dove non può competere con gli altri partiti", ha sostenuto.

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giovedì 9 ottobre 2014

L’indipendenza della Catalogna può essere la scossa che riattiverà la Spagna

Il “Cercle Català de Negocis” ha reso pubblico uno studio molto esteso dove spiega, con profusione di dati, che l’indipendenza della Catalogna può diventare la scossa economica di cui la Spagna ha bisogno per riattivare la propria economia. Perchè ciò diventi possibile, lo Stato dovrebbe cambiare il modello economico una volta consumatasi la secessione. Il CCN ha presentato una delle strade possibili che può intraprendere la Spagna se la Catalogna diventa indipendente; un modello economico per la Spagna diverso dall’attuale. Lo hanno spiegato Albert Macià, responsabile del Gruppo di Studio del CCN, e Albert Pont, presidente dell’ente durante una conferenza stampa avuta nella sede dell’Ordine degli Economisti della Catalogna.


Albert Macià, responsabile del Gruppo di Studio del CCN, ha presentato con crudezza la situazione economica che vivono la Catalogna e la Spagna: “Attualmente viviamo una crisi economica che va oltre a una situazione congiunturale, si tratta di una crisi di modelli che soltanto superemo se la Catalogna diventa indipendente dalla Spagna e agisce come un detonatore che costringa la Spagna a cambiare impostazione. Senza l’indipendenza, la Catalogna e la Spagna sono condannate a vivacchiare per anni nel fondo del pozzo economico”. Macià ha sostenuto con dati alla mano che nello Stato convivono due modelli economici con dinamiche e interessi diversi. Mentre la Catalogna dispone di un’imprenditoria moderna, piccola e media impresa con volume, molto dinamica ed esportatrice, la Spagna continua a tentare di sfruttare gli ultimi stralci del modello immobiliare e di speculazione finanziaria che l’hanno portata dove si trova ora.


Per il CCN, “ci sarà un modello economico per la Spagna senza la Catalogna con un risparmio di costi grazie alla riduzione delle amministrazioni pubbliche e all’ ammortamento delle infrastrutture; questo modello, generando sinergie e complementarietà con la Catalogna e l’Unione Europea permetterebbe alla Spagna di evitare l’impoverimento e di promuovere una crescita sostenibile”.


Como sarà questo futuro per una Spagna senza la Catalogna “se vuole”? Per Macià, “la Spagna può trarre profitto dal fatto che ora i lavoratori hanno dei salari moderati, ma per questo dovranno aumentare la produttività”. Spiega il responsabile dello Studio che “la Spagna deve reindustrializzarsi, approfittando di alcune infrastrutture costruite senza senso –tav e aeroporti senza passeggeri- riconvertendoli in punti dove si concentrino i poli industriali”. Per il CCN, la Spagna deve porre uno sguardo su Latinoamerica, sulla zona LATAM e sui paesi arabi ed emergenti, mentre la Catalogna deve continuare a giocare il ruolo di centro di arrivo e smistamento delle merci asiatiche puntando la sua economia verso il mercato globale, specialmente europeo.


D’altra parte, Albert Pont ha sottolineato che “l’Europa dovrà essere più coinvolta nei cambiamenti strutturali dell’economia spagnola se vuole che il sud del continente possa riattivarsi”. Secondo i calcoli del CCN, il modello proposto può generare una crescita economica di due punti addizionali per la crescita dell’economia spagnola, e questo genererebbe in quattro anni 960.000 nuovi posti di lavoro.

Pont ribadisce che in ambito economico “la Catalogna ha fatto i compiti” e chiede al governo spagnolo “di fare i propri compiti e di farli presto, perchè l’indipendenza della Catalogna è un fatto contro il quale non si può lottare. Devono solo cercare di trarne il massimo vantaggio”, ha concluso.

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domenica 27 luglio 2014

Il PP della regione Estremadura ammette che la Spagna perderebbe 16 miliardi di euro senza il finanziamento della Catalogna


Il PP della Estremadura ha ammesso di fatto che, se la Catalogna disponesse un sistema di finanziamento proprio ed uscisse pertanto dal regime comune autonomico, le altre regioni "perderebbero fino a 16 miliardi di euro l'anno", proprio la cifra che dalla Generalitat viene denunciata come il deficit fiscale catalano. Il gruppo popolare nell'Assemblea della Estremadura questo mercoledì ha registrato una proposta nella quale si avverte che un sistema di finaziamento proprio per la Catalogna farebbe perdere alla comunità estremense un 12% di introiti e li costringerebbe a fare tagli per circa 400 milioni di euro o a devolvere delle competenze allo Stato sulla sanità e sull’educazione.

I popolari della Estremadura chiedono al governo spagnolo di lasciare la Catalogna all’interno del regime comune di finanziamento e di adottare delle misure per “blindare il principio di solidarietà territoriale tra le comunità autonome". Un sistema di concerto (come ha il Paese Basco) per la Catalogna, secondo il PP della Estremadura, "limiterebbe la solidarietà tra gli spagnoli" e supporrebbe uno "espolio fiscale" per la Estremadura.

ARA Barcelona - 14/05/2014

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lunedì 7 luglio 2014

Imprenditori per il diritto a decidere




Quelli che dicono che gli imprenditori catalani sono reticenti al processo che si vive in Catalogna e voltano le spalle alla consultazione chiesta dalla maggioranza del Parlamento catalano dovranno ricredersi dopo il Manifesto del Faro, che è stato reso pubblico ieri e al quale hanno dato sostegno tutte le Camere di Commercio più diciassette associazioni imprenditoriali catalane. 


Il giorno dopo l’incontro di Rajoy con le grandi società dello Stato, alcune di queste conosciute come “le società della Gazzetta Ufficiale”, dove metteva in guardia contro il processo, il tessuto produttivo del nostro paese: rappresentanti di piccole, medie e anche alcune grandi imprese hanno espresso nero su bianco la totale adesione al Patto Nazionale per il Diritto a Decidere dando il loro supporto incondizionato al processo avviato.


Dal faro più potente della Catalogna, l’imprenditoria catalana vuole essere un punto di riferimento per invitare tutti al dialogo ed alla trattativa, per convivere in pace, rispetto e libertà come popolo che non ha mai considerato forestiero nessuno che non voglia esserlo. 


Perciò questa chiamata imprenditoriale in favore del diritto a decidere si ribella ai canti di sirena dell’immobilismo e grida alla dignità di essere liberi e di vivere in democrazia. E, per questo, chiedono esplicitamente la consultazione con l’impegno di rispettare la decisione del popolo catalano e di esserle vicini, perchè gli imprenditori non sentono alcuna inquietudine verso la democrazia, ma soltanto verso l’intolleranza e l’ignoranza.


Il presidente della Cecot è stato chiaro quando ha detto che è l’assenza di dialogo a portare tensione e che è la tensione ad arrecare danni al recupero economico. I nostri imprenditori hanno parlato chiaro e non si potrà più dire che sono rimasti ai margini del processo.


Il popolo ha il diritto a decidere e bisogna consultarlo.

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domenica 6 aprile 2014

La maledizione delle euro-disgrazie


Ancora non ho ascoltato una sola argomentazione, dal punto di vista spagnolo,  che sottolinei i vantaggi dei quali disponiamo i catalani per il fatto di appartenere alla Spagna. Nessuno elenca i benefici di essere governati da Madrid o di ricevere dei servizi da parte dell’amministrazione spagnola. Non è chiaro quale “attivo” perderemmo o quale sterlina dovremmo abbandonare.

Quello che ci dicono non è che la Spagna ci apprezza come catalani in quanto tali, ma che lo stato spagnolo si vendicherà di noi in tutti i modi possibili se decidiamo di creare uno Stato Catalano. Che chiuderà le frontiere e che utilizzerà tutta la propria influenza per isolarci internazionalmente. Che se non paghiamo ci impoveriranno ancora di più.
E, a partire da qui, inizia la lista delle euro-disgrazie. Tutto perchè, secondo gli unionisti, i catalani possiamo essere europei solo se accettiamo di essere governati da Madrid. L'euro, lo spazio di libera circolazione di beni e persone, la Politica Agraria Comune... Tutte queste sono decisioni che non potrebbe prendere un ministro spagnolo, ma che –secondo loro- la Spagna ha la capacità di annunciare. Oggi il leader del PSOE nel Parlamento Europeo spiega, in un’intervista al giornale Nació Digital, che la Spagna può mantenere i propri possedimenti africani in Europa ma che invece espellerà i catalani. Una maledizione in tutta regola.

Tutto quanto, un caso di cinismo politico straordinario. Secondo loro, se la Catalogna smette di contribuire alle finanze spagnole, ci taglieranno i fondi europei per gli agricoltori che, ovviamente, non pagano loro. Cioè, dispongono dei soldi dei catalani e di quelli che arrivano dall’Europa... Insomma, può avere un senso essere come loro, ma non rimanere con loro.
Salvador Cot  -  Nacio digital.cat

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mercoledì 12 marzo 2014

Mas dà il via alla Finanza pubblica catalana




Il presidente Artur Mas avvierà una nuova struttura di Stato. La fondamentale. Si tratta della rete Tributi della Catalogna che ambisce a riscuotere tutte le tasse dei catalani, anche nominata, Finanza propria.

In una nota informativa pubblicata oggi nel giornale 'La Vanguardia', assicura che la rete gestirà, per il momento, le tasse provinciali e della Generalitat. Inoltre, dispone di un sistema operativo proprio di 53 sportelli di riscossione, espandibili a 150. L’insieme, sarà inaugurato giovedì con un evento solenne presieduta dallo stesso presidente Artur Mas.

Fonti del governo consultate dal giornale del Gruppo Godó “La Vanguardia! Assicurano che “il nostro modello di finanza è valido sia per una Catalogna autonoma quanto per una Catalogna diventata Stato, sia esso independente o no”, visto che la nuova finanza catalana si giustifica politica e giuridicamente come uno strumento della lotta contro la frode fiscale.

I tecnici che hanno implementato la nuova finanza catalana si sono ispirati ai sistemi applicati nei paesi scandinavi ed all’Australia e la Nuova Zelanda, che sono quelli che registrano un indice di frode più basso.

L’iniziativa di creare la finanza propria catalana era un impegno preso dal Governo della Generalitat e che si trova nel patto di legislatura stabilito con il partito Esquerra Republicana de Catalunya (ERC) che sta sostenendo il governo pur rimanendo all’opposizione. Il Consiglio per la Transizione Nazionale, a sua volta, aveva indicato, nel secondo rapporto pubblicato, una tabella di marcia per creare un’amministrazione tributaria di nuova generazione.

Tuttavia, mentre non ci sia un accordo politico tra i governi catalano ed spagnolo, i contribuenti catalani continueranno a presentare le loro dichiarazioni dei redditi ed a pagare le tasse principali (IRPEF, IVA, Società, ecc.) all’agenzia tributaria statale spagnola.


Lluís Goñalons, El Singular Digital

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lunedì 10 marzo 2014

Abbiamo trovato i miliardi!

In un articolo pubblicato sul giornale El País del giorno 20 gennaio, Josep Borrell e Joan Llorach Mariné invitano i lettori a spiegare loro dove sono i 16 miliardi di euro della bilancia fiscale catalana.

Josep Borrell, ex-ministro socialista ed il co-autore del testo descrivono una situazione presumibilmente buffa nella quale, dopo aver ottenuto l’indipendenza, il presidente Artur Mas ed il capo dell’opposizione Oriol Junqueras si presentano nell’ufficio del ministro di economia Andreu Mas-Colell chiedendole i 16 miliardi del presunto deficit della bilancia fiscale catalana. Utilizzando i dati pubblicati dalla Generalitat sulle entrate e le spese del 2009, Borrell e Llorach (d’ora in avanti li chiameremo B-Ll) deridono Mas e Junqueras quando scoprono che i soldi non ci sono. Tutto raccontato in un tono a sfottò.

L’argomentazione è la seguente: nel 2009 i catalani hanno pagato allo stato spagnolo un totale di 46,195 miliardi di euro, dei quali lo Stato ha speso in Catalogna 45,403 miliardi. La differenza sono 792 milioni e non i 16 miliardi che pubblica la Generalitat. Secono B-Ll, per ottenere i 16 miliardi, la Generalitat prende questo numero e lo “neutralizza”. In cosa consiste la “neutralizzazione”? In realtà, consiste nel fare una mossa di buon senso e riconoscere che pagare con la carta di credito Visa equivale a pagare in contanti.

Tutti i lettori di questo articolo sanno che il debito della carta di credito si paga prima o poi, per questo motivo acquistare un paio di scarpe in contanti è la stessa cosa che comprarlo con la Visa. Nessun cittadino razionale pensa che con la carta di credito non si paga.

Allo stesso modo, “neutralizzare” la bilancia fiscale consiste nel riconoscere che, quando uno stato utilizza la Visa per pagare le spese, l’importo dovrà essere pagato dai contribuenti. Così semplice. Non so chi ha inventato la parola “neutralizzazione” per descrivere quello che si sta facendo, ma riconosco che è una parola brutta e ingannevole.

Per esempio, B-Ll dicono che la neutralizzazione si fa “per correggere il ciclo economico”. Non è vero. La neutralizzazione si fa perché quando lo Stato finanzia la propria spesa con debito pubblico, uno ha l’obbligo di correggere i numeri ed evidenziare che, prima o poi, la spesa sarà finanziata dai contribuenti. E non si tratta di un’opzione metodologica che uno può utilizzare secondo i propri interessi. E’ un obbligo intellettuale: non farlo è come dire che il governo può operare il miracolo dei pani e dei pesci, spendendo quello che vuole senza far pagare a nessuno la fattura. E questo non ha niente a che vedere con il ciclo economico.

Se il deficit, invece di prodursi in tempi di crisi, si producesse in epoca di vacche grasse, la “neutralizzazione” sarebbe comunque obbligatoria.

Non so se il motivo è che la parola “neutralizzazione” non è abbastanza descrittiva o che il concetto è ingannevole, ma la realtà è che esiste una lunga tradizione di politici ed opinionisti che accusano i “neutralizzatori” di manipolare i dati e che, pertanto, affermano che il deficit fiscale neutralizzato della Catalogna è un puro artefatto contabile creato dai nazionalisti.

E l’articolo di B-Ll fa parte di questa triste tradizione: B-Ll argomentano che, quando lo Stato finanzia la propria spesa con deficit, questo deficit non deve essere contabilizzato visto che (letteralmente) il debito “ è soltanto denaro virtuale che dovrà essere pagato in futuro”.






Di fronte a questo ragionamento, io invito il Sig. Borrell a utilizzare la sua carta di credito per regalarmi una macchina da 50.000 euro. A molti può sembrare un prezzo caro, ma a Borrell sembrerà economico. Di fatto, a lui sembrerà gratis: alla fin fine, “la carta di credito è soltanto denaro virtuale che dovrà essere pagato in futuro”! Ovviamente, argomentare che il debito non deve essere contabilizzato come un passivo per i contribuenti è fallace ed erroneo.






Tralasciando i signori Borrell e Llorach (e forse, anche Antonio Zabalza e Rocío Martínez-Sampere, i quali sono caduti nella stessa fallace argomentazione, il primo in forma reiterata e pesante), tutti capirebbero che per il Sig. Borrell il costo di un regalo come questo sarebbe di 50.000 euro, anche se lo ha pagato con la carta di credito invece di farlo in contanti.






Ma torniamo ai dati di B-Ll: risulta che nel 2009 lo stato spagnolo ha utilizzato la Visa per un valore di 81,113 miliardi di euro (questa è la cifra del deficit dello Stato).


Di questi soldi, 15,618 miliardi provenivano dalla Visa dei catalani (questa è la parte proporzionale che devono pagare i catalani come contribuenti dello stato spagnolo).


Il problema è che di questi 15,618 miliardi che lo Stato ha messo nella Visa dei catalani, non ha speso neanche un euro in Catalogna. Questo lo riconoscono B-Ll quando accettano che la spesa totale dello Stato in Catalogna è stata di 45,403 miliardi. Pertanto, B-Ll accettano che i 15,618 miliardi che sono stati messi nel conto della Visa dei catalani sono stati spesi in altre comunità della Spagna.


Se nel 2009 la Catalogna fosse stata indipendente, i 15,618 miliardi che lo Stato a messo sulla Visa


dei catalani non si sarebbero spesi in altre comunità autonome. E non avendole spese nemmeno in Catalogna, i soldi sarebbero disponibili, in contanti, sul tavolo di Mas-Colell. E questa è la risposta alla domanda:


se la Catalogna fosse indipendente, i 15,618 miliardi che lo Stato ha posto sul conto delle carte di credito dei catalani sarebbero a disposizione della Generalitat, insieme ai 792 milioni addizionali, per fare un totale di (per favore, mettete la sigla di “Passaparola”): 16,409 miliardi di euro!






Guarda un pò,…. ecco dove sono i soldi che cercavate, signori Borrell e Llorach!

L’argomentazione è così semplice che sembra strano che un ex-ministro e docente insieme ad un imprenditore debbano chiedere aiuto ai lettori per un chiarimento. E’ chiaro che forse non lo capiscono perché hanno una certa mala fede. E intuisco che c’è un po’ di mala fede perché B-Ll utilizzano i dati del 2009 (che è l’anno in cui il governo dello Stato ha utilizzato la Visa con più allegria) e non gli ultimi dati disponibili, quelli del 2010, pur facendo già otto mesi che questi dati sono stati pubblicati (ripeto, otto mesi).

Se, invece di prendere i dati del 2009, prendiamo quelli del 2010, risulta che le entrate che lo Stato ha riscosso in Catalogna sono state di 51,164 miliardi di euro, mentre le spese dello Stato in Catalogna sono state di 45,329 miliardi. Il saldo totale, dunque, fu un deficit contro la Catalogna di 5,835 miliardi di euro prima di neutralizzare, al posto dei “ridicoli” 792 milioni del 2009

Il risultato finale neutralizzato finisce per essere lo stesso: deficit della bilancia fiscale di 16,543 miliardi, cioè, 8,5% del PIL catalano. Molto simile all’anno precedente. Questa è la costante della quale parlano Mas e Junqueras e della quale B-Ll se ne fregano. Ma che il risultato sia stato lo stesso non nasconde che B-Ll abbiano scelto un anno nel quale i dati erano specialmente favorevoli per il loro intento di minimizzare il deficit fiscale della Catalogna prima di neutralizzare, sapendo che gli ultimi dati disponibili non presentavano uno scenario così roseo per i loro interessi.
Forse B-Ll non avevano notizia che da otto mesi erano disponibili I dati del 2010. E’ possibile. Anche se molto sospetto.
Riassumendo, B-Ll hanno scritto un articolo nel quale sfidavano i lettori a spiegare dove sono i 16 miliardi del deficit fiscale catalano. Ho accettato la sfida e l’ho spiegato: signori Borrell e Llorach, i 16 miliardi sono soldi che lo Stato ha messo nel conto della carta di credito Visa dei catalani e che ha speso in altri territori.

Logicamente, nel caso che la Catalogna fosse indipendente, tutti questi soldi non si sarebbero spesi in altre comunità della Spagna, e quindi, nella scenetta descritta con Artur Mas e Oriol Junqueras che entrano nell’ufficio di Andreu Mas-Colell chiedendo dove sono i famosi 16 miliardi, il ministro avrebbe risposto loro: i 16,409 miliardi sono sopra il mio tavolo, davanti ai vostri occhi!

Ma, per vederli, bisogna togliersi la benda dagli occhi.



XAVIER SALA I MARTIN – Docente di Economia dell’Università della Columbia – USA

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venerdì 28 febbraio 2014

Lo scontro dialettico che ho avuto con Durao Barroso



Il giornalista di El Mundo distaccato ogni anno al Foro Economico Mondiale di Davos, Carlos Segovia, ha rivelato nell’edizione di oggi, 2 febbraio 2014 che, in una sessione svoltasi lo scorso 23 gennaio a Davos, c’è stato uno scontro dialettico tra il presidente della commissione europea, il portoghese José Manuel Durao Barroso ed io stesso. Io non volevo rendere pubblica questa conversazione ma, visto che El Mundo ha dato il primo passo, lasciatemi che vi dia il dettaglio di quello che realmente è successo perchè quello che spiega El Mundo non è completo e le parole che mi mette in bocca non sono del tutto esatte.
L’argomento di quella sessione era “La rinascita dell’Europa”. L’idea era dibattere se l’Europa stava rinascendo dalle ceneri economiche, politiche, culturali o artistiche e, in caso di non farlo, cosa dovremmo fare insieme per aiutarla. Tra i relatori c’erano politici (come lo stesso Durao Barroso), imprenditori, artisti, storici ed economisti (come me). Come presidente dell’UE, Durao Barroso fece un discorso molto ottimista nel quale sottolineava i valori della democrazia e della libertà in Europa. Segnalava anche l’enorme successo che rappresenta la costante espansione dell’UE: “un anno fa tutti pensavano che l’Europa sarebbe diventata più piccola perchè c’erano paesi come la Grecia che sembrava dovessero uscire e, invece, adesso è più grande perchè sono entrati paesi come la Croazia, e altri come la Serbia lo faranno presto”. Si è riferito anche al desiderio che il processo d’integrazione dell’Ucraina non venisse interrotto dai recenti avvenimenti di Kiev.
Dopo Durao Barroso toccava parlare a me. Principalmente ho parlato della crisi economica e della competitività in Europa. Non avevo previsto di farlo ma, ascoltando il discorso di Durao Barroso, ho deciso di aggiungere un commento finale. Io sapevo che Durao Barroso era uno dei pochi dirigenti europei ad aver affermato che se la Catalogna avesse votato a favore dell’indipendenza dalla Spagna,  automaticamente sarebbe rimasta fuori dall’Unione Europea e questo mi sembrava inconsistente con il suo discorso sul successo che rappresentava per l’Europa l’incorporazione della Serbia e della Croazia. E, siccome mi trovavo nella cosmopolita Davos dove tutte le idee si possono discutere educatamente, ho utilizzato l’ultima parte del mio discorso per fare una domanda al presidente della UE. Le mie letterali parole furono:
“Sig. Durao Barroso, applaudo e condivido il suo discorso sulla bontà della democrazia in Europa e capisco che sia fiero dal successo nel processo di inclusione di paesi come la Croazia e la Serbia. E’ molto importante che l’Europa sia sempre più grande, abbia sempre più cittadini e sia sempre più democratica. Ma c’è una cosa che non capisco. La Croazia e la Serbia hanno ottenuto l’indipendenza attraverso sanguinose guerre, con abbondanza di crimini contro l’umanità che sono in questi momenti giudicati dal tribunale dell’Aia. Come lei ben sa (perchè ci conosciamo), anche se mi trovo nella delegazione nordamericana, io sono di Barcellona. Menziono questo dettaglio perchè i miei concittadini catalani stanno chiedendo un referendum che permetta loro di decidere se vogliono continuare a far parte della Spagna o preferiscono prendere un’altra strada. In mezzo a questo processo, lei Sig. Barroso, ha detto che se i catalani votano a favore dell’indipendenza, automaticamente resteranno fuori dall’Europa. Io non ho niente contro i cittadini dei Balcani ma le chiedo: Davvero l’Europa democratica della quale lei si sente tanto orgoglioso è una Europa che celebra l’incorporazione di paesi che ottengono l’indipendenza mediante sanguinose guerre mentre minaccia con l’espulsione a chi cerca lo stesso risultato mediante il voto?” Il pubblico presente ha applaudito.
Anche se non era prevista la replica, Durao Barroso si alzò rapidamente e, molto gentilmente, rispose:
 “Caro Xavier, tu sai che io amo la Catalogna e i catalani. E credo che i Catalani questo lo sappiano. Io ho solamente detto che l’UE è una unione di stati e chi fa parte dei trattati è lo stato spagnolo per cui, se la Catalogna diventa uno stato distinto dalla Spagna, non potrebbe far parte dell’UE”. Inoltre, aggiunse, “la maggioranza delle istituzioni internazionali, come le Nazioni Unite, sono anch’esse accordi tra stati e, pertanto, hanno lo stesso problema.”
La moderatrice mi concesse il diritto di replica e mi restituì il microfono:
“Sig. Presidente, lei ha ragione: l’UE non è l’unica istituzione internazionale ad avere questo problema. E’ vero che tutti i paesi che si sono indipendizzati violentemente sono finiti a far parte delle Nazioni Unite con tutta normalità. Ma questo non dovrebbe essere motivo di orgoglio ma di vergogna, non solo per l’UE ma per tutta l’umanità. Non pensa sia arrivata l’ora in cui, come esseri umani liberi e democratici, cominciamo a rigettare le frontiere tracciate con il sangue e la violenza e ad accettare quelle che si disegnano con i voti dei cittadini? Io penso di si. Anzi, penso che, come in tante altre occasioni lungo la storia, questo processo debba essere liderato dall’Europa. Esso potrebbe essere una delle basi sulle quali fondare la nuova rinascita dell’Europa.”
E aggiunsi: “Detto questo, è vero che l’UE è una unione di stati ma i trattati non sono scritti sulla pietra. Anzi, dietro a questi stati ci sono delle persone e adesso ci sono 7 milioni di cittadini europei, che hanno un passaporto rosso scuro nella cui copertina ci sono le parole “Unione Europea” e che lei minaccia di espellere. Quando questi cittadini le chiederanno: perchè mi togliete la cittadinanza europea e la date ai serbi ed ai croati?´ lei sarà costretto a rispondere: ma voi avete osato votare e questo i trattati europei non lo tollerano!´
E dopo aver detto questo, come pensa che il resto del mondo valuterà i valori democratici della nuova Europa, della quale si sente tanto orgoglioso? E’ questa l’Europa che volete far rinascere? Perchè in questo caso, il primo a non voler essere europeo sono io”.
Ci fu un imbarazzato silenzio del pubblico fino a quando la moderatrice diede la parola al seguente relatore.

Xavier Sala I Martin - blog
 


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mercoledì 19 febbraio 2014

Gli economisti Paluzie, Sala i Martin e Germà Bel distruggono l’imbroglio del ministro Montoro

Il governo spagnolo aveva detto che avrebbe pubblicato le bilance fiscali all’inizio dell’anno, ma non ha rispettato l’impegno. Il ministro Montoro ha ammesso che nascondevano i dati perchè avrebbero dato “ali” all’indipendentismo e, in cambio, offrirà dei “conti pubblici territorializzati'. Non è chiaro cosa calcoleranno nè come, ma Montoro rinuncia a presentare delle bilance globali con tutte le imposte che genera un territorio e tutto l’insieme della spesa pubblica che questo territorio ottiene. Questi ultimi giorni alcuni economisti prestigiosi, come Elisenda Paluzie, Xavier Sala i Martin e Germà Bel, sono arrivati a delle conclusioni.


In un dibattito radiofonico a Catalunya Ràdio, Elisenda Paluzie, rettore della Facoltà di Economia e Impresa dell’Università di Barcellona ha detto che, in effetti, quello che il governo spagnolo si accinge a presentare non sono bilance fiscali: 'Non sono bilance fiscali. Quando calcoli le bilance, riconosci l’esistenza di un territorio sul quale devi poter calcolare cosa viene generato e cosa riceve. Se questo si spezza e dici che lo stato ha una serie di spese che vanno tenute a parte, stai rifiutando che ci sia un territorio con la capacità di generare imposte e di ricevere spesa.'


Paluzie diceva chiaramente che quello che permettono di vedere le bilance fiscali, se non altro le ultime disponibili, è che: 'Da ogni euro che paga un contribuente catalano di tasse, tenendo conto di tutto quello che tengono conto le bilance fiscali, togliendo la spesa per sanità e pensioni, soltanto tornano in Catalogna 53 centesimi. Se togli quello che lo stato trattiene da tutte le imposte, parliamo del 50% della spesa. Eccetto gli investimenti in infrastrutture, che sono una piccola parte del bilancio generale dello stato: cioè, dal 50% di spesa nelle mani dello stato, ci calcoleranno il finanziamento autonomico, ed alla spesa autonomica ci aggiungeranno le quattro cose che lo stato fa fisicamente sul territorio, che sono le infrastrutture.'


Paluzie diceva che lei e gli altri esperti in questa materia sospettavano che Montoro avrebbe annunciato dei dati delle bilance fiscali prendendo un anno di forte crisi e di grande deficit della Catalogna, come il 2009, e senza neutralizzare i dati, in modo che il deficit fiscale catalano restasse ridotto considerevolmente. Ma non ha fatto nemmeno questo. Perchè?: 'Credo che si sono resi conto che, facendo questo gioco di non neutralizzare il deficit pubblico e prendendo gli anni peggiori della crisi, sarebbe uscito un deficit fiscale molto più basso per la Catalogna ma, a quel punto, avremmo visto una eccedenza stratosferica per le comunità autonome con avanzo, come la Estremadura o l’Andalusia, e così non hanno voluto divulgare niente.'


La stessa argomentazione è stata sviluppata da Germà Bel, docente di Economia dell’Università di Barcellona e membro del Consiglio per la Transizione Nazionale. In un articolo di La Vanguardia intitolato “Morto il cane....” (morta la rabbia). Bel dice: 'Con un deficit come quello del 2009 senza neutralizzazione, nel 2005 la Catalogna avrebbe avuto un equilibrio fiscale con lo stato e soltanto le Baleari avrebbero presentato deficit. Ma, allora, si sarebbero visti gli avanzi fiscali (percezione di trasferimenti) superlativi: Estremadura (26% del PIL), Asturie (24% del PIL), Galizia (18% del PIL), Castiglia e Leon (16% del PIL)... Immaginate il malessere di tanti presidenti autonomici, quasi tutti del PP, se questi livelli di sussidio fossero di dominio pubblico, e le liti conseguenti. Questo succede quando si specula con la non neutralizzazione del deficit centrale.'


I nuovi conti di Montoro, che saranno pubblicati presumibilmente nel mese di marzo, non confronteranno la differenza di ciò che riceve e da ogni territorio, ma quanto costano i servizi pubblici ai cittadini nel territorio in cui vivono.


Il docente dell’Università della Columbia Xavier Sala i Martín ne ha parlato in un’altra emittente RAC-1: 'Non discutiamo sulle tasse, discutiamo sul deficit. E il deficit è la differenza tra le tasse pagate dai cittadini, che in effetti dipendono dal luogo dove vivi, ma anche la spesa. Le pensioni vanno a finire alle persone, ma una gran parte vanno ai territori.'


Sala i Martín ha aggiunto: 'Montoro può dire quello che le pare, e pubblicherà quello che vorrà. E può dire che le bilance fiscali sono obsolete. Può anche dire che non le piace la legge di gravità e che non gliene importa niente. Ma la legge di gravità esiste a prescindere. Dovrebbe pubblicare le bilance che vuole, ma con tutti i dati, che siano rese pubbliche, e noi pubblicheremo le bilance per conto nostro. Che ci dica esattamente dove spende ogni partita del suo bilancio, da dove viene ogni partita delle sue entrate… E noi faremo i nostri calcoli.'


Finalmente, ha sottolineato quale è la questione principale e decisiva del dibattito: 'A me quello che mi interessa è: se la Catalogna fosse indipendente quanti soldi avremmo che ora non abbiamo? E la risposta si ottiene con il metodo monetario di calcolo delle bilance fiscali; cioè, i soldi che ora si spendono a Madrid sicuramente dovremmo spenderli anche noi perchè dovremmo avere ministeri, difesa, ecc. .. Ma saranno in Catalogna. La domanda che m’interessa è quale impatto macroeconomico avrebbe l’indipendenza della Catalogna? La risposta, il deficit fiscale monetario: 16,5 miliardi.'

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mercoledì 12 febbraio 2014

Figuraccia strepitosa del ministro di Economia Luis de Guindos

Il ministro de Guindos sta soffrendo un dramma in silenzio. Mentre assicura che il processo non preoccupa gli agenti economici internazionali perchè "non ci sarà nè referendum nè indipendenza", un prestigioso analista finanziario spagnolo, rappresentante di una importante banca svizzera d’investimenti affermava durante una riunione del Circolo di Economia, settimana scorsa, che "La nostra banca ha organizzato una squadra specializzata per seguire la situazione della Catalogna al fine di prendere le decisioni che si renderanno necessarie nel momento in cui uno scenario di indipendenza o qualcosa di simile diventi irreversibile", come spiega Francesc-Marc Álvaro in un articolo sul giornale La Vanguardia intitolato “Gli svizzeri la vedono possibile”.




Il ministro di Economia, Luis de Guindos, ha affermato giovedì che il processo sovranista in Catalogna "non è un argomento specialmente importante" per gli agenti economici internazionali per "una semplice ragione: perchè non ci sarà referendum e nemmeno indipendenza della Catalogna". "Vi assicuro che parlo con le agenzie di rating, con investitori internazionali e con i miei colleghi, e (il processo sovranista) non è un argomento specialmente importante" ha affermato in un’intervista presso l’emittente COPE.

Dice Álvaro nel suo articolo che “soltanto in sei mesi, una importante banca elvetica è passata dall’ignorare il processo sovranista alla creazione di un gruppo di lavoro monografico per studiare ed anticipare lo scenario di una Catalogna separata dalla Spagna”. E’ rilevante e significativo. Ha aggiunto che “il mondo globale e gli osservatori esterni senza pregiudizi scoprono le dinamiche profonde della società catalana” e che i messaggi apocalittici non sono la regola. Sottolinea anche che le previsioni negative per una Catalogna indipendente da parte dell’agenzia Moody's furono diffuse dopo che il ministro degli Esteri Margallo avesse spedito alle ambasciate il dossier “per diffondere la propaganda del Governo spagnolo contro il diritto a decidere”.

Directe.cat

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mercoledì 5 febbraio 2014

Il corridoio mediterráneo: una vittória europea per la Catalogna


Oggi il plenario del Parlamento Europeo ha approvato definitivamente il corridoio mediterráneo, dentro del nuovo regolamento TEN-T, che dettaglia le nuove reti di ferrovie di trasporto riconosciute d’interesse europeo. L'approvazione é stata ottenuta con una grande maggioranza: 546 voti in favore, 104 contro e 41 astenzioni, come si vede nella foto della mia cabina di voto. Bisogna comunque ricordare che questa mappa ferroviaria non si approva come direttiva (buona pratica suggerita agli stati e ad implementare), bensí come regolamento europeo, obbligatorio per tutti gli stati europei. Oggi é un giorno molto importante, tanto da poter affermare che la Catalogna ha ottenuto una gran vittoria europea. Dev’essere ricordato che il governo di Aznar (lo stesso personaggio che oggi ha minacciato il presidente Mas con 5 anni di prigione, caso mai convocasse un referendum) il 2003 imposó nella mappa dei corridoi ferroviari europei all’UE tan solo il corridoio centrale, attraversando i Pirenei aragonesi, come unico corridoio fra la penísola ibérica e l’Europa. Aznar marginó il 2003 i corridoi mediterráneo ed atlántico, che attraversavano i Paesi Catalani ed Euskalherria rispettivamente, da notare che a livello del mare. Oggi l’UE ha corretto la manovra della burocrazia degli alti funzionari dello Stato spagnolo: ha eliminato il corridoio per l’Aragona dalla rete prioritaria, nonostante le fortissime pressioni dei due ultimi governi spagnoli, e ha imposto i corridoi mediterráneo ed atlántico come 2 dei 9 corridoi europei principali, e pertanto quelli che avranno accesso al cofinanziamento europeo (dal 20% al 40% dell’importo totale). Personalmente sono molto contento, dato che abbiamo basato nel 2009 la nostra campagna elettorale (tanto CiU come il PNB) sulla revisione di questa mappa ferroviaria europea, al fine che includesse i nostri corridoi nella nuova mappa di priorità europee (gli spot elettorali, a mia richiesta, furono filmati nello stesso porto di Barcellona).
1.- Il nuovo regolamento europeo conferma definitivamente la metodologia di lavoro della Commissione Europea, basata principalmente nel definere le inversioni in ferrovie su criteri di creazione di ricchezza e di valore aggiunto per l’economia europea.
Il nuovo regolamento approva pure la mappa di progetti prioritari della rete di ferrovie principale che includeva il corridoio mediterráneo, una mappa che la Commissione Europea aveva giá proposto l’ottobre del 2011.
Questa proposta della Commissione é giá stata ampiamente approvata nel dicembre del 2012 dal Comité dei Trasporti del Parlamento Europeo (33 voti contro 5), un comitè del quale ho l’onore di esserne membro dal 2009. Quel giorno di fine dicembre del 2012 é stato pure un gran giorno: ho riuscito che fossino approvate tutti i 33 emendamenti che abbiamo presentato insieme al Porto di Barcellona, affinché il nostro porto fosse ammesso dentro della rete di prioritá ferroviarie. Oggi quei emendamenti sono stati tutti pure approvati!
2.- Ieri sera, nel dibattito al plenario intorno al voto d’oggi, ho fatto notare che il porto di Barcellona sarebbe allegato alla rete delle ferrovie prioritarie europee, ed ho ricordato che nel 2003 il governo di Aznar non l’aveva allegato. É stata penosa la replica che mi ha fatto il deputato popolare spagnolo Luis de Grandes, che ha detto che “tutti i governi del PP erano stati favorevoli al corridoio mediterráneo”.

Alcuni deputati presenti nella sala hanno riso. É incredibile come sono capaci i politici spagnoli di mancare alla veritá senza arrossire. Basta guardare le mappe ufficiali dell’UE (mi sono limitato a rispondergli cosí). Invece di dire molto bene, auguri, d’ora in avanti lavoreremo insieme, il discorso político spagnolo, tutt’ora nel XXI secolo, continua ad essere retórico, rígido e dogmático, incapaci di riconoscere la realtá e negando i fatti e le veritá piú basiche. Nel mio conto di Twitter questo mezzogiorno ho appeso i video dei parlamenti nel dibattito di ieri.
3.- Il corridoio mediterraneo sará finanziato al 20%-40% dal budget europeo, mentre la percentuale restante dovrá essere cofinanziato dalle pubbliche amministrazioni statali e da imprenditori privati, dato che il budget dell’UE per il período 2004-2010 non arriva a tutta la rete prioritaria europea.
In questo senso, alti funzionari della Commissione Europea, come Jean Eric Paqué, hanno giá confermato in sede parlamentaria che sostengono l’idea di “condizionare i fondi europei a ogni stato all’effettiva costruzione della rete prioritaria europea”. Cosí mi ha risposto Jean Eric Paqué quando gli ho chiesto cosa succederebbe se uno Stato membro ignorava le sue obbligazioni investive: “Parliamo di una rete prioritaria d’interesse europeo”, mi ricordó Paque: “bisogna che alcuni porti mediterranei europei siano pure porti europei, perché fin’ora, senza la connessione ferroviaria, i porti mediterranei europei sono solo porti locali, che solo sono utili all’industria locale e al suo hinterland".
4.- In questo senso voglio sottolineare che il Corridoio Mediterráneo potrá anche essere co-fianziato da "project bonds" (emissioni di buoni specifici per certi progetti), un’iniziativa della Banca Europea per gli Investimenti e della Commissione Europea al fine di trovare capitale d’inversori privati per finanziare la costruzione dei corridoi ferroviari europei. Per questo motivo é molto importante che i primi corridoi scelti siana basati su una sólida análisi costi-rendimenti, al punto di assicurare una forte probabilitá di ritorno agli inversori in base ai rendimenti generati dall’inversione..
 5.- Voglio ringraziare specialmente Izaskun Bilbao, europarlamentare del PNB e membro anche del comitato dei Transporti, per la sua collaborazione e il suo gran lavoro durante questi ultimi tre anni: come relatore del grupo liberale rispetto questo regolamento (il grupo liberale le fece fiducia nominándola per questa normativa cosí importante) sempre ho avuto informazione di prima mano sull’evoluzione dei rapporti in ognuna delle tappe, con speciale riferimento ai triloghi (dialoghi a tre, fra Parlamento, Commissione e Consiglio, che é come si concludono tutte le trattative). L’odierno regolamento non dovrá superare il trilogo, dato che previamente era giá stato negoziato e approvato in queste riunioni a tre. 
Ramon Tremosa

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