domenica 14 dicembre 2014

Toro Jubilo (Allegria): ferocia pura











Medinaceli è un paese nella provincia spagnola di Soria. Ogni anno a novembre, da secoli, si svolge il tradizionale "Toro Jubilo". L'origine non è nota con certezza, ma gli antropologi indicano che, ad iniziare, sono stati i popoli iberici, addirittura si pensa che, questa usanza, provenga dall'età del bronzo. Nel 1559 Filippo II ne è stato un testimone e ne sono rimaste le prove nell’archivio dei Duchi di Medinaceli. Questa è la prima volta di cui si abbia una testimonianza scritta del barbaro evento. Nel 2002 la Giunta di “Castilla y Leon” ha dichiarato questa manifestazione di Interesse Turistico Regionale.

Il toro, con le corna legate con una corda, viene trascinato fino ad un palo, gli si pone sulla testa un supporto in metallo con due sfere che bruciano per circa un'ora, bruciandogli il muso, gli occhi, impedendogli di respirare. La tela mescolata con trementina e zolfo, brucia ininterrottamente per quasi un'ora, e durante questo periodo il toro tenta invano di liberarsi dal fuoco, fuggendo in preda al terrore. La paura e l'ansia lo torturano tanto quanto le ustioni e i colpi che riceve. Il fango che lo copre come una apparente protezione va scomparendo, il fuoco gli entra negli occhi, gli impedisce di respirare, gli brucia il muso e il corpo, e nonostante i tentativi non può evitare i colpi e le umiliazioni . Quando il fuoco sopra alla sua testa si spegne, la festa finisce, e dopo che il pubblico se ne è andato, il toro viene ucciso. Cosí lo vuole la legislazione regionale per tutti gli spettacoli “taurini” (corride), allo scopo di assicurare all'animale una morte senza sofferenza ed evitargli una vita segnata dagli effetti indelebili lasciati dalla tortura. Questi effetti sono a volte così atroci che il toro non ha bisogno di essere ucciso, perché muore prima.

A mezzanotte del 15 novembre è stato martirizzato Islero. Quattro delle settanta persone che hanno protestato sono state arrestate dalla “Guardia Civil” e una cinquantina sono state identificate. Tutto questo per proteggere il sadismo. Il mondo al contrario. Le “bestie” protette e le persone represse.




Jordi Vàzquez
@JordiVazquez

Tedesco
Lingua catalana
Lingua spagnola

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domenica 28 settembre 2014

Roger Mas i Solé, templario della nostra cultura

Quando Roger Mas si lega le espadrilles di sette nastri, prima di un concerto, esprime molto di più del semplice fatto di legarsi une calzature tradicionali catalane. In lui troviamo la voce più bella che mai ha offerto il mondo dei cantautori catalani. 

Roger Mas, cantautore di Solsona, che ultimamente abbiamo potuto ammirare in concerto dal vivo accompagnato dalla Cobla Sant Jordi Ciutat de Barcelona fa molto più che suonare musica, fa paese, e conservando soprattutto l’essenza della nostra musica e delle nostre parole, che implicitamente esaltano le tradizioni del nostro popolo, è un templario della nostra cultura. 

Roger è un nome proprio maschile che proviene dagli elementi germanici hrod (fama) e ger (lancia), significando "famoso con la lancia". La forma latina del nome è Rogerius e fu utilizzata da molti personaggi medievali.

Nel secolo XXI, epoca in cui le canzoni circolano in formati leggeri, Mas ha deciso di prendersi il tempo necessario per arrangiare, combinare e perfezionare le canzoni tipiche del suo repertorio e canzoni tradizionali della cobla per fonderle in un lavoro, Roger Mas e la Cobla Sant Jordi Ciutat de Barcelona, dove navigano identità del Mediterraneo e dove si dilatano sonorità tradizionali catalane del tipo: la doppia canna, un metallo aggiustato, la tenora, ....

Un Roger Mas dalle composizioni perfette, complesse, sincere, di chi che ne conosce la formula e ne gioisce giocando con le note. Un Mas che mai ne ha abbastanza e che arrichisce con la sua presenza tutti i lavori che firma con la temperanza del suo ritmo. 

Roger fa servire moti conformati per infinità di parole di un tempo, che grazie al suo impiego nei testi mai cadranno nell’oblio. Parole pure, sincere che amalgama alla perfezione con i moti più attuali della nostra lingua. Perché se di una cosa fa sfoggio il cantautore è che la lingua si deve utilizzare. 

Un Mas musicista, poeta e rapsodo delle sue proprie composizioni. Però allo stesso tempo un Mas que con la sua arte ci catalizza le poesie dei nostri grandi, come per esempio di Verdaguer o Pujols, e ce le serve con un mezzo sorriso contenuto.

MAS cognome derivato dai nomi di luogo di provenienza o d'abitazione, che, col passare del tempo si sono usati come cognomi. In questo caso, bisogna inserire il cognome nel gruppo di nomi di case, fattorie e altri edifici o le loro dépendances.


@rogermasoficial
Un Roger Mas buongustaio del suo paese, della geografia delle sue montagne del Solsonese verso le quali, involontariamente, facciamo pellegrinaggio tutti quelli che grazie alla sua arte sentiamo vive le nostre radici. Les sue composizioni e la sua voce grave ci accarezzano i piedi, ci percorrono la pelle e ci fanno il solletico all’anima ogni volta che l’ascoltiamo e che dal vivo godiamo dell’espressione più pura della sua arte dove la felicità che crea nello spazio si disintegra in misticismo del clima tellurico, che solo lui è capace di creare.

Mas proviene da una stirpe procedente dalla cobla tradizionale; dalle influenze di Sisa e Dylan; dalla riccheza della lettura della filosofia greca; dalla poesia; dall’innamoramento dell’Italia e del proprio rifugio che si è creato, e che gli ha permesso di trovare l’essenza propria del folk dove vi rimane la Mediterraneità del suo essere cantautore. 

SOLÉ cognome che proviene dal latino solarium, derivato da Solum, che vuole dire suolo, terreno. Solé è molto diffuso nei paesi e città delle province di Lleida e Tarragona. 

Una somma di tutto ciò proporziona i suoi lavori (A la casa d'enlloc, les cançons tel·lúriques, Casafont, les Flors del Somni, etc) premiati in una multitudine di occasioni e che l’hanno portato ad esibirsi nel nostro paese cosí come in Francia, Cuba, Italia, Uruguai, Serbia o Brasile. In questo modo ha fatto sí che la voce della cultura catalana si ascolti e si canti in tutta Europa.



Montse Solé



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domenica 20 luglio 2014

Quanta voglia di trattare con Wert!





Il duetto di ministri Wert e Fernández Díaz ha illuminato le festività di San Giovanni con un’offensiva sovrabbondante. Offensiva perchè è un attacco all’immersione linguistica e offensiva perchè offende l’intelligenza. 

Il ministro degli Interni frivolizzando con il terrorismo e annunciando che la Catalogna indipendente sarà terreno fertile per il terrorismo islamico ed il crimine organizzato. Vergogna. 

E Wert dando un prezzo al suo piano per convertire l’immersione linguistica in una rovina economica. Si, si, un ministro della Pubblica Istruzione incoraggiando la ribellione contro il governo catalano e offrendo la sovvenzione di 6.000 euro a testa per tutti quelli che se ne vanno alla scuola privata per essere educati solo in castigliano. 6.000 euro che dovrà pagare la Generalitat. Ogni premio a chi si rivolterà è una multa per le tasche dei catalani (e la Generalitat non può opporsi in alcun modo, in quanto l’importo verrà trattenuto dai prossimi trasferimenti alla regione). Un esercizio perverso di scherno dell’autogoverno, una coazione dall’alto dell’arroganza autoritaria. Uno Stato che ti soffoca con una mano e che ti colpisce con l’altra. 

E attenti ai negoziatori delle vie morte perchè un giorno porteranno come offerta il ritiro della legge Wert. E basta: “Guarda, continueranno a soffocarci ma non ci colpiranno più, vedete come siamo buoni?” Alcuni professionisti del porre un prezzo alla dignità confondono la propria, inesistente per averla svenduta troppe volte, con quella di tutti noi. E dovranno prendere coscienza che gli attacchi così diretti e sfacciati rendono impossibile alcuna trattativa. Lasciano ogni tentativo di negoziazione a disposizione solo dei masochisti che provano piacere nel sentirsi disprezzati. E che essendo assuefatti al dolore non rappresentano la gente normale.

Carles Capdevila
'Ara'
 

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lunedì 9 giugno 2014

5.000 Catalani elevano castelli umani in tutta Europa: "vogliamo votare, aiutateci a fare pigna"




71 associazioni catalane di castelli umani hanno attuato in 7 città europee e in 41 località catalane oggi a mezzogiorno sotto lo slogan 'Catalans want to vote'

A mezzogiono circa 5.000 partecipanti di 71 associazioni differenti hanno alzato i loro castelli umani in sette città europee, Parigi, Londra, Berlino, Brussell, Ginevra, Lisbona, Roma, e a Barcelona e altre quaranta città catalane per reclamare il diritto all'autodeterminazione. 

A Barcelona, davanti alla Sagrada Família, la presidente dell'associazione culturale catalana Òmnium Cultural, Muriel Casals, ha letto un manifesto in cui si spiegava che l'attuazione si è fatta come "una invocazione a tutti i cittadini europei" per "far conoscere chi siamo, cosa vogliamo e come pretendiamo compartire il futuro per costruire l'Europa del XXI secolo". "Vogliamo votare, vogliamo decidire il nostro futuro in un referendum", ha detto, "perciò facciamo questa chiamata a tutti i cittadini europei, l'Europa del futuro la vogliamo costruire con voi, come se fosse un gran castello, aiutateci a fare pigna".

I castelli si sono elevati a Ginevra, grazie ai Xiquets di Reus; a Brusselles, con i Castellers di Vilafranca; e a Parigi, davanti alla torre Eiffel, dove ha attuato la Colla Vella dei Xiquets di Valls; e nel resto delle città europee e catalane dove si era convocata l'azione rivendicativa. 

"Quando abbiamo progettato questa azione abbiamo pensato che era importante portare il meglio che abbiamo, il più spettacolare. I castelli lo sono. Sono un patrimonio immateriale dell'Unesco e possiedono un valore e una spettacolarità impressionanti", ha rimarcato oggi a Londra Jordi Bosch, segretario generale della Giunta d'Òmnium, che confida che gli occhi del mondo si fisseranno sulle richieste catalaniste. "È il modo migliore di spiegare al mondo come siamo e rivendicare il referendum, ed affermare la nostra volontà di votare in una maniera pacifica, festiva, anche rivendicativa, culturale", ha aggiunto.

L'associazionismo dei castelli "si è immerso" in questa azione, secondo Bosch. "È il popolo che chiede di poter votare. Lo dimostriamo portando quasi 200 persone in una attuazione di castelli umani a Londra, e che ciascuno si è pagato a spese proprie", ha ribadito Josep Fernàndez, presidente della Colla Joves Xiquets di Valls.

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domenica 8 giugno 2014

Il campo dell’Espanyol intona «Shakira è una puttana» contro Piqué






Il derby Espanyol-Barça è stato vissuto tra molta tensione, sia sul campo che sugli spalti. Tra i cori che intonava una parte dei tifosi della squadra di Aguirre, si è sentito “Trias muori” e “Shakira è una puttana” ogni volta che Gerard Piqué toccava palla.


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giovedì 5 giugno 2014

Se fossi svedese


Se fossi uno Svedese e guardassi i servizi televisivi dedicati a questi costumi ancestrali delle processioni religiose con incappucciati per le strade di Spagna, di marcato gusto barocco, come se il tempo si fosse fermato del tutto, la prima reazione verso uno spettacolo cosí esotico sarebbe la stessa di un potenziale turista. Darei poi una occhiata ai quotidiani  della settimana, dove troverei la denuncia per frode di quasi due miliardi di euro in falsi corsi di formazione in Andalusia; e la relazionarei con l'ultimo informe della Unione Europea (UE) pubblicato questa settimana riguardante la disoccupazione, dove la Spagna, insieme alla Grecia, risulta essere il paese con il più alto indice di disoccupazione di tutta Europa, con sette regioni situate tra le prime dieci europee; le altre tre sono: due della Macedonia e l'isola coloniale di Riunione. Vale a dire, persino la maggior parte delle colonie francesi d'oltremare presentano tassi di disoccupazione migliori di quelli spagnoli. Osserverei la mappa fornita dalla UE e vedrei che in Italia per lo meno il problema strutturale rimane localizzato nel Mezzogiorno; il Nord-Italia presenza cifre di disoccupazione che sono un terzo di quelle più alte registrate in Europa. In Spagna, l'apparato uniformatore dello Stato delle autonomie ha ottenuto un record: persino le regioni che sono il motore trainante dell'economia -- come il Paese Valenziano, l'Aragona, le Baleari e la Catalogna -- superano la linea rossa del 20% di disoccupati. 

E c'è di più. Se da Svedese osservassi la disoccupazione giovanile o quella di larga durata, vedrei che Ceuta e Melilla, le Canarie e Andalusia liderano statistiche  che superano il 55%, assieme alle colonie francesi d'oltremare, Guadalupe, Martinica e Guayana.
E, ignaro di quello che racconta la storia ufficiale, penserei che questi territori spagnoli, allo stesso modo di quelli francesi d'oltremare, sono forse colonie della Corona di Castiglia sottomesse da circa 500 anni alla casta oligarchica che allora si impose e che, ancora oggi, non lascia sviluppare i territori trainanti della penisola.
Se continuassi a ripassare le notizie dell'ultima settimana, vedrei che la Spagna lidera la lista europea di abbandoni scolari. Il paese inoltre lidera la lista europea di giocatori di calcio meglio pagati, di chilometri di AVE (treno d'alta velocità) costruiti, e del costo energeticos più alto. Per cui, essendo Svedese, "mi farei lo Svedese" (in spagnolo significa qualcosa come "farei il finto tonto"). E penserei: perché devo contribuire, sebbene d'una maniera ridicola, al miserabile 1,27% del PIL europeo che si destina a pozzi senza fondo come la Spagna? In qualità di Svedese non mi piacerebbe contribuire neppure con un euro a perpetuare questo immenso sproposito chiamato Spagna. 
Però, se invece di Svedese fossi Catalano, la mia contribuzione allo sproposito spagnolo si collocherebbe strutturalmente tra l'otto e il dieci percento del PIL. Per cui penserei che se Europa è incapace di capire e mettere ordine alle economie estrattive oligarchiche --la principale è quella spagnola--; se Europa non capisce perché la Catalogna, uno dei pochi territori con capacità di reazione davanti al disastro, deve emanciparsi, non merita che Catalogna mantenga il minimo interesse ad appartenere a questa Europa che rafforza i forti e tollera che delle minoranze vivano alle spalle dei deboli. Se guardassi tutto ciò con occhi di Catalano, prefererei non essere Svedese. Meglio Norvegese. 

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Josep Huguet
Josep Huguet i Biosca es un politico catalano. E 'stato Consigliere innovazione, Università e Imprese del Governo della Catalogna 2006-2010, e il consigliere di Commercio, consumatori e turismo 2004-2006.

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sabato 3 maggio 2014

Tremosa porta all’UE il caso della bambina allontanata dalla madre per “l’ostacolo” della lingua catalana



L’europarlamentare catalano on. Tremosa porta all’UE il caso della bambina allontanata dalla madre per “l’ostacolo” della lingua catalana.

L’europarlamentare di CiU Ramon Tremosa ha denunciato alla Commissione Europea il caso della madre che ha perso la custodia della figlia dopo che una giudice di Tenerife gliel’abbia ritirato adducendo che il catalano poteva essere un “ostacolo” alla sua integrazione nel paese di Ripollet, il comune catalano dove la madre si era trasferita l’anno scorso per trovare lavoro.

Tremosa ha chiesto alla Commissione Europea di intervenire sul caso, in quanto
considera che questa situazione “costituisce un attacco al principio di libera circolazione all’interno dell’UE, e diventa una discriminazione di carattere politico”. 

Dobbiamo ricordare che la sentenza della giudice, María de la Paloma Gálvez, stabilisce che “oltre al trasloco a Barcellona, bisogna aggiungere che si trova in una comunità autonoma definita con delle caratteristiche speciali di integrazione, visto che al fatto di doversi adattare normalmente ad un cambiamento di territorio e di costumi, bisogna aggiungere la difficoltà di apprendere una lingua co-officiale al castigliano, la lingua catalana, che come saputo da tutti, è la lingua utilizzata da gran parte della società catalana, ed anche nelle scuole”. Una descrizione dei fatti che ha fatto concludere al giudice canario, dopo aver aggiunto che “non risulta accreditato che la minore si sia adattata alla lingua catalana e che la sua lingua non sia un ostacolo alla sua evoluzione”, che la custodia deve andare al padre per preservare l’interesse superiore della minore.

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venerdì 25 aprile 2014

Una rosa per Sant Jordi



È il giorno pieno di rose e di libri, meraviglioso. Una tradizione che unisce la leggenda di uccidere un drago e donare una rosa del colore del sangue (ovviamente, quella che è cresciuta dal sangue del mostro) a una principessa, e che non sia triste quando il suo eroe se ne va.

Grazie alla rosa rossa che è il simbolo dell’amore, abbiamo anche il giorno degli innamorati. Ed è molto bello. Le rose per le donne e i libri per gli uomini, così il regalo non provoca dubbi. 

E quelli che non sono innamorati? Ricordatevi che è solo un giorno all’anno che ci porta a fare questa riflessione. A tutti quelli che hanno paura di innamorasi o semplicemente non hanno ancora trovato la loro media arancia gli consiglio di fare una passeggiata tra le rose e i libri, fate delle belle foto, comprate libri interessanti per voi stessi e pensate a che fortuna avete di non far parte del gruppo più grande (almeno così dicono le statistiche): quello delle persone che ricevono una rosa per San Jordi e fiori neri durante tutto l’anno. 

Forse un giorno vi troverete nel gruppo della minoranza: quello dei felici.

Spero che tutti abbiate passato un gradevole momento!


Anita Janczak

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domenica 16 marzo 2014

La lingua catalana nelle scuole. Quando i giudici vogliono sostituirsi al Parlamento.

L’ultimo giorno dello scorso mese di gennaio, il Tribunale Superiore di Giustizia (=Corte Suprema) lanciava una bomba di precisione nel bel mezzo del sistema educativo della Catalogna rendendo pubbliche cinque sentenze interlocutorie, relative alle cause intentate da cinque famiglie, che pretendono di modificare completamente il progetto linguistico delle scuole catalane.


La Catalogna, come riconosce chiaramente la cornice costituzionale spagnola, è una comunità con due lingue ufficiali –il catalano ed il castigliano (o spagnolo). Fin dai primi momenti del recupero delle istituzioni democratiche e di autogoverno –dopo la lunghissima notte della dittatura franchista-, le autorità catalane scelsero, con il supporto della grande maggioranza delle forze politiche, di sviluppare un sistema educativo che avesse il catalano come lingua propria, a partire dal modello conosciuto come “immersione linguistica” nelle tappe della scuola materna e primaria. E, se l’anno scolastico 1984-1985, erano già 408 scuole primarie ad aver adottato questo modello –l’istruzione avviene in catalano ed il castigliano si introduce progressivamente-, nell’anno scolastico 1995-1996, visto il grande successo, arrivano a 1.280. La legislazione educativa posteriore universalizzava il modello, arrivando a più di 2.800 scuole primarie sostenute da fondi pubblici. L’istruzione secondaria, professionale e superiore ha un modello linguistico basato sui progetti concreti di ogni centro scolastico e nell’uso che ne fa il corpo docente, partendo dalla competenza bilingue piena che raggiungono gli alunni che hanno finito la scuola primaria.


Il modello di immersione linguistica –nato in Québec nel 1965, in una situazione arcinota di co-esistenza di due lingue- è stato l’asse portante del sistema educativo catalano, a partire da premesse fondamentali: favorire l’innovazione educativa; puntare sulla coesione sociale; evitare la segregazione per motivi di lingua; e consolidare una sola linea scolastica. Cercando di incidere anche nella normalizzazione della lingua catalana, non solo debilitata dal franchismo –che ne aveva vietato l’uso pubblico e che mai volle introdurne l’uso ufficiale nelle scuole-, ma che si trova ad un livello di inferiorità diglossica di fronte ad un’altra lingua con più parlanti globali e che, inoltre, è l’unica considerata ufficiale a livello statale ed ha un uso sociale più consolidato.


I risultati del sistema catalano dell’immersione sono stati riconosciuti positivi dal Consiglio d’Europa e nessuna autorità accademica li ha mai messi in discussione, nè locale nè internazionale: con la progressiva introduzione della seconda lingua, gli alunni catalani finiscono l’istruzione primaria con una conoscenza e competenza adeguate in ambedue lingue, il catalano ed il castigliano. Una buona prova di ciò è che, in tutte le ultime valutazioni dei test PISA (Programme for International Student Assessment dell’OCDE), gli alunni catalani hanno ottenuto, per quanto riguarda le competenze conoscitive della lingua castigliana, dei risultati superiori alla media spagnola.


L’opposizione all’immersione linguistica è, quindi, strettamente politica. Così, se guardiamo la composizione dell’attuale Parlamento della Catalogna, le forze politiche che propugnano il mantenimento dell’immersione linguistica ricevettero 72,30% dei voti e quelle che sono contrarie il 22,30 –tralasciando, ovviamente, le formazioni minoritarie che non raggiunsero la percentuale minima ed i voti bianchi o nulli. Per quanto riguarda i seggi ottenuti, le forze favorevoli all’immersione hanno 107 deputati e le contrarie 28. La maggioranza sociale e politica è evidente.


Una parte del problema risiede nel fatto che, tra i contrari, c’è il Partito Popolare –la quarta forza del nostro Parlamento, ma con maggioranza assoluta nello stato. La sua proposta è quella che è stata seguita nelle altre comunità autonome che condividono lingua propria con la Catalogna e dove il catalano –con le sue varianti- è lingua ufficiale, anche lì, a fianco del castigliano. Nel paese Valenziano e nelle Isole Baleari il sistema educativo prevede linee separate per gli alunni che scelgono l’istruzione in catalano da quelli che la scelgono in castigliano. Il risultato è che non tutti gli alunni che finiscono la scuola primaria hanno competenza nelle due lingue, senza per questo, ottenere risultati migliori in lingua castigliana. Nel paese Valenziano il governo –del Partito Popolare- offre, anno dopo anno, molte meno linee nella lingua propria di quante siano richieste dagli alunni e dalle famiglie. E nelle Isole Baleari –governate dallo stesso partito- l’amministrazione ha approvato una proposta linguistica che, in pratica, pretende di sopprimere le linee in lingua propria, che erano –su richiesta delle famiglie- assolutamente maggioritarie.


L’opposizione all’immersione è dunque, politica, ideologica e corrisponde alla volontà di mantenere la lingua catalana come lingua pubblica e sociale inferiore: la volontà reazionaria e post-franchista di annullare tutto quello che significa pluralità ed è diverso dalla loro concezione di una Spagna monocromàtica, una sola idea ed una sola lingua. Per questo le cinque sentenze interlocutorie del Tribunale di Barcellona significano un siluro contro la linea di galleggiamento del sistema educativo –e della coesione sociale che vuole garantire. I giudici indicano che, se lo richiede un solo alunno in classe, bisogna abbandonare il modello di immersione ed impartire, qualunque sia l’anno in cui ci si trovi, un 25% delle materie in lingua castigliana. E obbligano i dirigenti scolastici a rispettare questa indicazione.


Sono sentenze ideologiche, senza alcun fondamento giuridico. Perchè la cornice costituzionale spagnola chiarisce che l’autorità educativa della Catalogna è il proprio governo catalano; perchè la legislazione e le norme educative in vigore mantengono la immersione linguistica come componente del sistema nell’istruzione primaria; perchè i dirigenti scolastici dei centri educativi –siano essi pubblici o privati sostenuti con fondi pubblici- devono rispettare le direttrici curricolari e pedagogiche dell’autorità educativa... Un giudice non può modificare una legge –ma deve vegliare perchè venga applicata, le piaccia o meno. Un giudice non è competente ad assegnare percentuali linguistiche o curricolari. E, men che meno, un giudice non può obbligare nessun ufficiale pubblico nè dirigente di un centro scolastico sostenuto con fondi pubblici a non applicare le istruzioni che l’autorità da cui dipende le ha ordinato di applicare.


Questo in Europa non succede –diciamolo. E’ chiaro che nello stato spagnolo il potere giudiziario non visse la transizione dal franchismo al nuovo ordine della monarchia costituzionale, e ne restò ai margini. E l’attualità è piena di esempi quotidiani di risoluzioni giudiziarie figlie di questa realtà, a cominciare dal rifiuto ad indagare sui crimini del franchismo per offrire una riparazione alle vittime.


Ma, in Catalogna, abbiamo chiaro che con la lingua non si può giocare. Non si può imporre da una minoranza. Non si può modificare un modello di successo per la richiesta delle famiglie di 5 –o di 10, 15, 20...- dei nostri oltre 800.000 alunni di scuola materna e primaria. Neanche per volontà di alcuni giudici. Con tutto il rispetto. E tutta la fermezza.



Josep Bargalló

@josepbargallo

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venerdì 14 marzo 2014

L'endofobia e la estrema destra spagnola



Alcuni non riescono a capire perchè in Spagna la estrema destra non ha la stessa forza, quanto meno, che ha più a nord; soprattutto vedendo gli indici di disoccupazione e di immigrazione. Dobbiamo spiegare che gli estremisti di destra spagnoli sono così imbuiti dall’endofobia che non resta molto spazio per la xenofobia.
Avevo proposto il concetto di endofobia nel 2003 in un lavoro che è rimasto nei cenacoli accademici. Forse è ora di condividerlo con gli altri umani. Si tratta di un concetto complementare a quello della xenofobia. Partendo dall’idea che il xenofobo rifiuta la persona diversa escludendola dalla propria comunità ('ti riconosco il diritto di essere diverso e ti nego il diritto di far parte del mio mondo'), l'endofobo rifiuta il diritto di essere differente di una persona che riconosce come membro del suo mondo  ('ti riconosco come membro del mio mondo e ti nego il diritto di essere diverso da come io ti identifico').
Esempi di endofobia sarebbero la persecuzione delle forme di vivere la sessualità che uno disapprova per motivi religiosi o morali, l'assassinio dei bahaisti in Iran (non riconoscono che possano essere di una religione diversa e li considerano musulmani apostati) e l’odio alla diversità linguistica, che i catalani conosciamo tanto bene. Il rifiuto della differenza che porta ai neo-fascisti di volere spagnolizzare i bambini catalani ed i talibani delle reti con il solito cliché 'vediamo cosa dice la tua C.I.' non è altro che la versione moderna del DNA distillato per l’odio ai mori, ebrei, 'cristiani nuovi' o 'afrancesados' (epiteto per designare i “traditori” seguaci di Napoleone)...
Il xenofobo vuole espellere il diverso. L'endofobo lo vuole 'guarire', nasconderlo nelle carceri o normalizzarlo (conversione forzata al cattolicesimo, spagnolizzazione), ma non rinuncia ad uniformarlo.
Non nego che la estrema destra spagnola non sia xenofoba, ma il sentimento endofobo anticatalano e antibasco è così potente che si sentono (o si sentivano, fino a poco fa) perfettamente rappresentati dal partito neo-franchista di destra che ha favorito la castrazione simultanea dello statuto e dello “spirito della transizione” (meglio diremmo fantasma). Non è un caso che in Catalogna si manifesti, anche se con poco seguito, una delle espressioni del razzismo xenofobo più omologabile a quelle europee (la Piattaforma x Catalogna): qui l’anticatalanismo è auto-odio e lascia spazio alla xenofobia.
Non è nemmeno un caso che nella 'spiaggia di Madrid' (il nostro paese Valenziano, con tre autostrade gratuite e tre TAV per assicurare la valanga umana che snatura) si siano spesi tanti sforzi per ottenere che i coloni della capitale del regno, quando fanno le ferie nelle coste valenziane, non si sentano esposti alla malignità dei canali radio e TV in catalano.
Personalmente, mi sembra più aggressiva l’endofobia della xenofobia. Quest’ultima rifiuta il diverso ma ne rispetta la diversità. La prima, invece, vuole annichilire la diversità. Deve essere molto soggettivo: bisognerebbe vedere quanti omossessuali incarcerati o sottomessi a 'terapie' in tutto il mondo non preferirebbero l’esilio al carcere, l'occultamento, l'armadio... quanti bahaisti non preferirebbero l’esilio alla morte. Mi fa pensare anche il fatto che la xenofobia si arrende ai soldi mentre l’endofobia no: abbiamo visto stadi di calcio che smettevano d’insultare certi giocatori quando il proprio club veniva acquistato da uno sceicco svagato. Invece, abbiamo tantissimi esempi di ditte “Catalana di Gas” costrette a cambiare il nome (per molta richezza, prosperità, luoghi di lavoro, o altro che offrano) se vogliono operare in Spagna.
Se questa analisi è corretta, vedremo evolvere le situazioni:
—Nella Catalogna indipendente, man mano che ci si normalizzerà (per esempio, il non dover chiedere scusa per il fatto di avere un’identità: come uno svizzero o un olandese), la xenofobia raggiungerà livelli omologabili all’Europa.
—Nello stato erede della Spagna attuale (FKoS, Former Kingdom of Spain), la scoperta che esistono altre diversità che finora non avevano dato loro preoccupazione, esacerberà l’endofobia contro i balearici ed i valenziani ('ci mancherebbe che adesso questi pensino di fare come hanno fatto i catalani'). Se questo contribuisce a riaffermare l’identità propria dei valenziani e degli insulari, forse la Spagna finirà per raggiungere il suo sogno di essere una sola nazione (i baschi ed i galleghi si trovano in fasi molto avanzate di assimilazione, forse irreversibili).
—Se il FKoS finisce per essere mono-nazionale, sia per la strada dell’assimilazione con genocidio linguistico e culturale, sia per la strada dell’emancipazione dei valenziani e balearici, dopo poco tempo seguirà la scia dei principali stati europei, con gruppi xenofobi che si renderanno più visibili.
Dato che la Repubblica Catalana potrà esigere, in adempimento alla Carta Europea delle Lingue Regionali o Minoritarie, che vengano ristabilite immediatamente le trasmissioni in catalano in tutte le zone dove si parla il catalano sotto amministrazione spagnola, non mi sorprenderebbe che una delle prime decisioni del FKoS, una volta liberata la Catalogna, sia quella di annullare la ratifica della suddetta Carta.
Sicuramente, dopo alcuni anni di consolidamento dell’indipendenza, quando gli spagnoli si renderanno conto che ad ogni passaggio di una nuvola non si vedrà più il sole in quello che rimarrà del loro Impero, si passerà dalla frase 'cosa dice la tua C.I.' alla frase 'vattene alla Catalogna, polacco di merda'. 

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